Un mese fa moriva Elie Wiesel: vi racconto il mio viaggio in Germania

Un mese fa moriva Elie Wiesel, un ebreo sopravvissuto ad Auschwitz premio Nobel per la Pace, che ha scritto “La notte” dopo aver rifiutato per anni di parlare dei campi di concentramento. Era un pò come il nostro Primo Levi, coscienza estrema nata, vissuta e morta in situazioni estreme. ”Guardo allo specchio e vedo  un cadavere e quello sguardo non mi ha più abbandonato”Si battè per i diritti umani ovunque nel mondo e per la riconciliazione fra i popoli. Riusciva a ridere e a far ridere, ma univa al suo impegno un sentimento di pessimismo: ”Il mondo non ha imparato dall’orrore”. Infatti l’orrore continua anche oggi. 

Ma bisogna impegnarsi lo stesso, sforzarsi sempre, ricordare e tramandare perché, come dice il Dalai Lama, se lo scopo è nobile non importa se viene realizzato durante la nostra esistenza o dopo di noi.

Recentemente ho visitato alcune città di un grande Paese, ricco  di arte, cultura, cura per l’ambiente, di impegno per il lavoro, di senso dello stato, di organizzazione sociale, ma ricco anche di grandissime contraddizioni storiche….

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E anche di frequenti rallentamenti in autostrada, causa lavori in corso (ma perché noi abbiamo 2, al massimo 3 corsie, e loro costruiscono la quinta?

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Mi riferisco alla Germania, che gli italiani apprezzano ma non amano. Ho ascoltato il coro delle voci bianche di Ratisbona, già diretto dal fratello di papa Ratzinger, cittadina medievale bellissima bagnatadal Danubio.

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A Lipsia ho onorato la tomba di J.S.Bach

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ma ho visitato anche il palazzo della Stasi

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dove gli agenti della DDR spiavano i cittadini. In piccoli uffici squallidi meschini funzionari ascoltavano le telefonate, si preparavano a fotografare, torturavano, imprigionavano. A Potsdam ho camminato con meraviglia nel parco di Sanssouci, Reggia di Federico il Grande di Prussia

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e a Norinberga ho ammirato il Museo sito nella casa natale di Albrecht Durer

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A Berlino ho ammirato, anche con l’olfatto, i viali di tigli,

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le piste ciclabili, i tramvai, le costruzioni moderne  accostate alle antiche

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Nefertiti, ma mi sono  anche commosso al Museo sede della Gestapo (la Topografia dell’Orrore)

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e lungo i resti del Muro, dove molti sono stati fucilati mentre cercavano di passare dall’Est all’Ovest e nei luoghi dove veniva elaborata la pulizia etnica (Euthanasie a Tiergartnerstrasse, dapprima i malati psichici e gli  handicappati, e poi

 

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nel monumento all’Olocausto (splendido memoriale fatto da 2711 stele in calcestruzzo, uguali ma di altezza diversa, poste su un fondo diseguale e percorribile a piedi come un labirinto, l’emblema di un sistema ordinato che ti fa smarrire anche dentro)

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“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

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Come dice Poirot, per sconfiggere il male usiamo le celluline grige, e non diamo retta ai guerrafondai, a chi specula sulla paura e guadagna sulla morte. 

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